Messico 68: il mondo conosce l’orgoglio Black Power

Messico-68

 

Prima delle olimpiadi di Messico 68, in pochissimi sapevano cosa fosse il black power. Per noi in Italia divenne Pantere Nere, ma nella sostanza nulla di diverso. A raccontare a tutto il mondo qual era il lato oscuro della terra delle pari opportunità, due atleti di colore che sarebbero poi entrati nella storia: Tommie Smith e John Carlos, rispettivamente medaglia d’oro e bronzo nei 200 metri a quelle olimpiadi.

Tutto accadde il 16 ottobre 1968, e quel giorno Città del Messico era schiacciata sotto una cappa di caldo afoso. Insieme ai due afroamericani, salirà sul secondo gradino del podio l’australiano Peter Norman, 26 anni, di pelle bianca. Sul podio i due ragazzi di colore si presentarono con un pugno guantato di nero, i piedi avvolti in calzini neri senza scarpe, e al momento dell’esecuzione dell’inno abbassarono la testa. Lo stadio si divise tra fischi, applausi ed urla, mentre tutto il mondo assisteva ad una protesta silenziosa alla quale non sapevano come reagire. Messico 68 avrebbe cambiato la storia di un popolo.

Quel giorno i due ragazzi raggiunsero l’apice della loro carriera, ma anche l’inizio della fine. Con quel gesto di protesta, si conquistarono le ire del comitato olimpico e la conseguente espulsione dal villaggio olimpico, con immediato rimpatrio. Valutando inoltre che questo fosse un ulteriore forma di pena, furono espulsi dall’esercito USA: cosa che invece gli garantì la permanenza in patria, e l’esclusione dalla guerra in Vietnam.

Tommie Smith arrivava da Claksville, Texas, ed era cresciuto raccogliendo cotone nelle piantagioni. Grazie alla sua determinazione riuscì ad entrare all’università, e presto si accorsero di lui anche gli istruttori di atletica, tanto che venne paragonato a Jesse Owens, il campione afroamericano che alle olimpiadi di Berlino ’36 portò a casa 4 ori davanti agli occhi esterrefatti di Hitler. Ma Smith voleva si eguagliare le gesta sportive di Owens, ma  a differenza dell’eroe di Berlino, voleva conquistare l’orgoglio di uomo. Non voleva essere portato sugli allori quando vinceva, e rimanere un negro durante gli altri giorni dell’anno.

Anche John Carlos, originario di Harlem, la pensava come Tommie, e quando tagliò il traguardo il suo pensiero andò ai fratelli e sorelle di colore, che ogni giorno vivevano vessati dalla prepotenza del popolo bianco. Erano trattati come dei diversi. Fu negli spogliatoi, che i due ragazzi statunitensi decisero di avviare la protesta silenziosa sul podio. Quel giorno Messico 68 sarebbe diventata l’olimpiade del pugno sollevato. Dentro lo spogliatoio, i due pensarono di salire sul podio con ai piedi solo dei calzini neri e Tommi, invece, decise anche di infilarsi il paio di guanti nero che aveva con se. A sorpresa fu l’australiano Peter Forman a suggerire di guantarsi una mano ciascuno; chiedendo anche ai due statunitensi, di donargli una loro spilla legata al loro movimento.

Quello che avvenne su quel podio entrò nella storia. I due ragazzi sul podio in calzini neri, pugno sollevato guantato nero e capo chino, con accanto a loro un ragazzo bianco con la loro spilla sul petto. Anche l’australiano pagò a caro prezzo l’aver appoggiato la giusta causa dei due neri: non fece parte della successiva spedizione olimpica di Monaco, nonostante avesse dalla sua i tempi in pista.

Un gesto può decidere il destino della vita di una persona, in questo caso tre, ma scaturire una rivoluzione. Silenziosa perchè non sostenuta dai cannoni, ma rumorosa. Nn è un caso che sia stato lo sport il veicolo di questo importante gesto: lo sport unisce e non divide mai.

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